DALLA NINNA NANNA ALLA CONTA

Un libro di letteratura popolare per l’infanzia, dedicato alla ricerca di filastrocche, ninne nanne, conte e modi di dire, in una società come la nostra, che si affanna alla ricerca dell’ultimo ritrovato tecnologico, può sembrare anacronistico. Se si considera, inoltre, che la letteratura popolare a nostra disposizione si è fermata a considerare solamente i giochi popolari, le fiabe e, in qualche parte dell’Italia, le ninna nanne, ci rendiamo conto di come questo genere letterario è considerato la “Cenerentola” delle ricerche demologiche. Pertanto un libro dedicato ai temi delle filastrocche, tiritere, conte e modi di dire rende giustizia a quel patrimonio di cultura immateriale che si sta inesorabilmente perdendo insieme alle voci inascoltate dei nostri anziani.

 

Lo studio in questione rintraccia, dopo un’accurata ricerca e catalogazione delle filastrocche raccolte in gran parte dei paesi della Capitanata, una pedagogia sotterranea, non urlata ma affidata ai personaggi della favolistica quali il lupo, il gatto, il cavallo, fino a concludersi con il serpente. Ogni stadio dello sviluppo infantile è associato al totem presente nelle filastrocche che ogni comunità riservava al bambino. Si passa dal lupo che mangia la pecorella, rintracciabile in tutte le ninna nanne di ogni latitudine, in cui si celebra la metafora del sonno che prende il sopravvento sullo stato di veglia del bambino, passando per il totem del gatto, simbolo crepuscolare, in cui il bambino è tenuto in braccio in posizione orizzontale, arrivando al cavallo, in cui il bambino è tenuto in posizione verticale. Più avanti troviamo il salto, quando il bambino inizia a camminare autonomamente e via discorrendo fino al totem del serpente rintracciabile nel girotondo, momento in cui il bambino gioca autonomamente, senza avere più bisogno del sostegno dell’adulto.
Una delle cose più importanti da rilevare in questa disamina di filastrocche popolari è l’assenza di una letteratura per genere. Mai, infatti, si fa riferimento, nelle filastrocche, al genere maschile o a quello femminile. In passato, solo attraverso il giocattolo si operava la scelta di genere. Era il giocattolo, infatti, ad iniziare i bambini ad un’attività ludica che è specchio delle attività dei genitori.  
Il libro sorprende anche perché individua nella ninna nanna un vero e proprio rito di passaggio che si concretizza dallo stato di veglia a quello di sonno e nelle formule dello scompagnamento una serie di riti magici che sono alla base di quel pensiero magico che accompagnava per il resto della sua vita l’uomo di qualche secolo fa. Il libro “Dalla ninna nanna alla conta” da la possibilità al lettore che vuole approfondire, di ascoltare le filastrocche raccolte nella ricerca sul campo attraverso l’ausilio di un CD audio che contiene oltre settanta tracce di cui alcune non contemplate nel libro perché raccolte postume alla pubblicazione. Uno studio di questo genere, in cui si cerca di preservare dall’oblio una serie di frammenti letterari, richiederebbe una sinergia tra glottologi, antropologi ed etnomusicologi. Ma perché interessarsi ad un libro che valorizza il dialetto? Come può trovare spazio nelle scuole un volume in dialetto? Da più parti, nelle scuole si stà valutando l’importanza del bilinguismo come approccio linguistico che possa fare da ponte tra la lingua madre e quella acquisita. Una via che produce certamente risultati, soprattutto con ragazzi e bambini delle fasce più deboli, è la comparazione dialetto-italiano per arrivare poi alla comparazione italiano-inglese o francese. Inoltre il dialetto costringe l’alunno a considerare il suo territorio come una specificità da valorizzare che si ripercuote nella cura e nell’amore per il proprio paesaggio, i suoi monumenti, la sua cultura. La comparazione tra dialetti attigui evidenzia le differenze ma accomuna nei significati e questo, secondo alcuni, spiana la strada all’intercultura. La scuola del futuro non potrà, secondo noi, fare a meno del dialetto così come non potrà fare a meno di insegnare l’inglese come lingua di espressione internazionale in un mondo che accorcia sempre più le distanze geografiche ed ha necessità di comunicare. Il dialetto non deve essere considerato roccaforte di una comunità, ovvero usato come catenaccio per chiudersi ad altre influenze linguistiche, ma come ponte di culture. In un futuro neanche tanto lontano sarà ancora una volta il dialetto a salvare la lingua parlata dall’oblio.
 
Giuseppe Donatacci

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